Antropologia

Scritti

In questa rubrica sono brevi testi o documenti che hanno animato, o si propongono di animare, il dibattito nell'ambito del sito Antropologia 

Mario G. Giacomarra

I cento anni di Claude Lévi-Strauss[1]  

  Oggi, 28 novembre 2008,Claude Lévi-Strauss compie cent’anni. Auguri, grande Maestro,dai tuoi allievi di Palermo! 

Sono ormai passati quindici giorni dal genetliaco di Claude Lévi-Strauss ed è giunto, forse, il momento di ricostruire il quadro generale degli interventi e delle iniziative prese nei più  diversi contesti (universitari, giornalistici, antropologici, filosofico-letterari…), quasi tutte intese  non a decantare i cent’anni del maestro, ma piuttosto a tornare a riflettere sulla sua opera e valutare quanto egli sta lasciando negli ambiti culturali più raffinati d’Europa e d’America.

            Ci sia consentito partire da Palermo, se non altro perché è da qui che nasce l’idea di chiedere a Francesco Faeta ospitalità sul blog dell’antropologia messinese. La mattina dello scorso 28 novembre, giorno in cui cadeva il centesimo compleanno dell’antropologo, sono comparse nelle bacheche della hall della Facoltà di Lettere di quella Università cinque locandine col testo sopra riportato. Alla richiesta di chi fosse stato l’ideatore dell’iniziativa nessuno è stato in grado di dare risposta. Eppure tutti coloro che avevano modo di incrociare lo sguardo e di leggere la locandina non potevano fare a meno di ricordare come tra gli anni Settanta e i primi Ottanta il grande antropologo francese fosse stato “di casa” a Palermo. Qui, infatti, dal 1968 usciva con periodicità semestrale la rivista “Uomo & Cultura”, la quale si poteva ben ritenere una palestra sia per lo strutturalismo linguistico che per quello antropologico. E nel 1972, sempre a Palermo, era nato quel Circolo semiologico siciliano che con conferenze e seminari, oltre che con i “Quaderni”, aveva costituito un centro di ricerche, dibattiti e azioni promozionali per la nascente semiotica italiana sulla scia della semiologia francese.

Umberto Eco, D’Arco Silvio Avalle, Cesare Segre, Maria Corti, e poi Algirdas J. Greimas, Tzvetan Todorov e (last but not least) Claude Lévi-Strauss … tutti calcarono il suolo palermitano nelle occasioni più diverse, lasciando contributi di grande spessore su giovani allievi sempre più entusiasti: ricercatori, docenti, insegnanti, medici umanisti. La sede che metteva a disposizione in via Libertà l’Isida (allora benemerito Istituto di formazione per dirigenti d’azienda!), grazie alla grande sensibilità del suo direttore, l’economista Gabry Morello, era quasi diventata un simbolo di quanto di nuovo si faceva a Palermo. Grande elaborazione teorica, da parte dei maestri; studio di specifiche realtà socioculturali interpretate nella nuova chiave di semiotica della cultura, da parte dei giovani allievi: questi ultimi costituivano le “braccia da lavoro” di quella Scuola antropologica palermitana riconosciuta come una speciale invenzione (nel senso originario di invenire!) di Antonino Buttitta.

Il Circolo continuò a operare per una decina d’anni e la rivista cessò le pubblicazioni nel 1983, ma la disseminazione antropologica, semiotica e strutturalista non rimase senza frutti e per parecchio tempo ancora continuò a germogliare e produrre risultati scientifici nel nome di Lévi-Strauss, anche quando questi non venne più citato, forse per essere stato ben digerito diventando una sorta di patrimonio genetico degli allievi palermitani.

Ciò che stupisce, allora, e massimamente chi come lo scrivente ha vissuto quell’esperienza collaborando ai seminari, partecipando ai convegni e correggendo le prove di stampa degli Atti, ma ormai da tempo operante in altri settori scientifico-disciplinari, è che da Palermo non sia giunta alcuna testimonianza in occasione del genetliaco del Maestro. Chissà che le locandine affisse in bacheca non volessero proprio manifestare quel disappunto!

Forse che fuori è andata meglio? Usciamo da Palermo e proviamo a compiere una veloce ricognizione di quali tracce il 28 novembre abbia lasciato in ambienti lontani dall’Isola.

Si registra una buona presenza sui quotidiani, intanto: da “Repubblica” a “La Stampa” con un fondo di Barbara Spinelli, a “Liberazione” che il 21 novembre esce con un’intervista a Luigi Lombardi Satriani. Ma si sa come vanno le cose nei giornali: basta che un’agenzia metta un argomento in agenda e tutti si mettono in coda per riprendere appunti e produrre pagine di testo! I cento anni dalla nascita di Ernesto De Martino (nato il 3 dicembre 1908) non mancano di mettere in parallelo le due figure e forniscono a loro volta occasioni per ulteriori interventi: Marino Niola sul “Mattino” del 28 novembre e su “Repubblica” del 3 dicembre, dove due giorni prima era comparsa un’intervista a Lombardi Satriani; Gaetano Vitiello sul “Riformista” del 30 novembre. Da segnalare ancora un rinvio ai centenari dei due antropologi nel programma “Percorsi” di Radiotre, il 18 e il 19 ottobre, rispettivamente a Lévi-Strauss e a De Martino.

La stampa europea e americana non è da meno. Ci limitiamo a richiamare un intero Dossier che “Le Monde” dedica all’antropologo francese, un fondo di Patrick Wilcken sul “Times” on line del 29 ottobre, per finire con un fondo di Dan Sperber su “Open Democracy” del 28 novembre.

E le università italiane? E i dipartimenti? Viene in mente solo un convegno tenutosi a Napoli dall’8 al 10 maggio 2008 e promosso dal locale Istituto di Studi Filosofici e dal Cream di Francesco Remotti e Ugo Fabietti, ma con una partecipazione ridotta degli antropologi (solo Niola e Remotti, a quanto si ricorda). E poi il Festival di Antropologia a Catanzaro (29-31 ottobre), nel corso del quale ancora Marino Niola ha condotto una sobria ma intensa rievocazione critica della figura e dell'opera di Lévi-Strauss. Riviste e periodici di vario genere risultano assenti, almeno sinora. Non risultano allo scrivente altre iniziative, che del resto non può fare a meno di dichiarare la povertà e l’insufficienza delle informazioni di cui a oggi dispone.  

Che significa tutto questo? Che Lévi-Strauss è stato digerito, come prima si ipotizzava per gli allievi di Palermo, al punto di esser diventato patrimonio genetico di tutti gli studiosi e i  ricercatori di antropologia e del quale dunque non mette conto neanche riferire? Oppure che, alla ricerca degli autori alla moda, non c’è più posto per il Nostro? Eppure, anche quando è morto Clifford Geertz, come ricorda Francesco Faeta, l’evento è passato del tutto sotto silenzio.

Non disponiamo di dettagliate informazioni su quanto sia accaduto a Parigi, a parte qualche veloce indicazione fornita da Salvatore D’Onofrio, che qui ringraziamo. Ma non c’è dubbio che era lecito aspettarsi in Italia un’eco dell'evento diversa e di ben più ampio spessore, quanto meno da coloro che hanno vissuto anni di formazione nutrendosi di Lévi-Strauss, citandolo e parafrasandolo. Oppure, a noi che pratichiamo ormai altre strade, manca una chiara contezza della situazione in cui versa oggi l’antropologia culturale in Italia, certo la più vivace tra le scienze sociali negli anni Settanta/Ottanta, al punto allora da sfidare la complessa, e confusa, area sociologica?            


[1] Le riflessioni che seguono provengono da un docente di Sociologia dei processi culturali e intendono, partendo da un evento molto particolare ma significativo, rispondere all’invito che Francesco Faeta ha accompagnato, rivolgendosi a colleghi antropologi e non, alla pubblicazione on line della Lectio Magistralis (proprio così) che Amalia Signorelli ha tenuto all’Università di Napoli il giorno del suo congedo.

 


Nel momento in cui è uscita dal servizio attivo nell’Università italiana, Amalia Signorelli, professore ordinario di Antropologia Culturale presso la Facoltà di Sociologia dell’Università “Federico II” di Napoli, ha indirizzato agli studenti, ai docenti e al personale non docente, una lettera che induce a riflettere sulla condizione dell’Università italiana, in un momento di drammatica crisi e di notevole agitazione e protesta. La lettera, che Signorelli ha accettato fosse partecipata a un pubblico più largo attraverso le pagine di questo portale, tra ottobre e novembre 2008, sollecita un’approfondita riflessione non soltanto sui problemi di politica immediata, che pur solleva, ma più in generale sull’etica della formazione e della ricerca, soprattutto, ma non esclusivamente, nel campo delle scienze sociali. Ne riportiamo di seguito il testo.

 

Ai componenti del Consiglio della Facoltà di Sociologia e a tutti gli studenti, docenti e personale non docente della Facoltà di Sociologia dell'Università "Federico II" di Napoli.

Miei cari, il 1 novembre 2008 andrò in pensione e non sarò più membro di questa Facoltà. Cortesemente la Preside, prof. Enrica Amaturo, mi ha invitato a tenere quella lectio magistralis che in questi casi tradizionalmente costituisce la cerimonia di congedo di un docente universitario dalla Facoltà a cui appartiene. Ho declinato l'invito e dunque non terrò la lezione di congedo. Poiché mi addolorerebbe molto se questa mia decisione apparisse come una snobistica mancanza di riguardo verso Voi tutti, vorrei brevemente motivarla con questa lettera. (La quale, sia detto per inciso, vi ruberà meno tempo dell’ascolto di una lezione di 45 minuti!)
Dunque: non desidero tenere la lezione perché sul piano scientifico e didattico mi sento da tempo estranea a questa Facoltà e al sistema universitario italiano attuale; e dubito di poter comunicare, sia per quanto attiene ai contenuti che per quanto attiene al linguaggio, con l’uditorio che eventualmente mi ascolterebbe.
Permettetemi di motivare un’affermazione così drastica.
Come alcuni fra Voi sanno, sono stata sempre fortemente critica verso la Riforma universitaria. E non, come pure si è detto, per misoneismo, ma perché sono profondamente e razionalmente convinta che sia sbagliata. O se è giusta, è giusta rispetto a obbiettivi che io considero sbagliati. Non insisterò sugli aspetti psicopedagogici e didattici. Dopo dieci anni e più, comincia a essere chiaro anche ai loro più tenaci difensori quanto assurdi e controproducenti essi siano stati e continuino ad essere.
Ancor più a me sembra criticabile per la sua ambiguità non innocente l’ipotesi dell’università-azienda, che si autofinanzia. Venuti meno i contributi statali stabiliti per legge (e dunque non decisi di finanziaria in finanziaria dal governo di turno), ora l’università ricava introiti propri solo dalle tasse degli studenti ( e non voglio entrare nel merito dei sistemi adottati per incrementare le iscrizioni); per il resto, non è vero che l’università si autofinanzia e produce reddito: l’università è finanziata da tutte quelle agenzie sociali pubbliche o private che hanno interesse ad acquisire certe sue prestazioni e certi suoi prodotti. Cioè, giustamente essendo un’azienda, l’Università sta e deve stare sul mercato e per il mercato produrre, sia pure un particolare tipo di merci. Per le scienze sociali questo significa appiattirsi su due ambiti dominanti di ricerca e di formazione: la produzione di ingegneri sociali ovvero degli addetti alla gestione del cosiddetto disagio sociale, con messa a punto di competenze per il riconoscimento dei sintomi (diagnosi) e per la riduzione del danno (terapia), e con una sempre minor attenzione per l’analisi delle cause sociali del disagio stesso; l’altra possibilità è, in collaborazione con le scienze della comunicazione, la produzione di produttori di consenso, che acquisiscono competenze sulle tecniche di produzione del consenso stesso, con scarsa o nessuna problematizzazione dei fini per cui il consenso è richiesto, delle materie su cui è richiesto, da chi è richiesto e chi si deve ottenere che lo dia . Nulla di male, queste sono da tempo le attività di vari professionisti, giornalisti e assistenti sociali: ma chi sarà più in grado di fare l’analisi critica dei sistemi sociali e culturali?
Temo nessuno più, anche perché un’altra innovazione introdotta contemporaneamente alla Riforma ostacola profondamente l’acquisizione di capacità critiche da parte dei giovani. Abbiamo tutti imparato dallo strutturalismo che l’opposizione binaria è la struttura elementare del pensiero umano: elementare, appunto. Per fortuna, esistono anche altre e più complesse modalità del pensiero (e del linguaggio) umano: dalla logica algebrica a quella grammaticale e sintattica, per non citare che quelle più comunemente insegnate (un tempo) nelle scuole. Ma l’informatizzazione banalizzante e feticistica dell’insegnamento e dell’apprendimento di qualsiasi disciplina (cosa molto diversa dall’acquisizione di una formazione informatica specialistica) sta a mio avviso riducendo il sapere trasmissibile e trasmesso solo a quello che si lascia costringere entro le logiche binarie: non è tanto il computer che, usato come mezzo, impone il suo messaggio; il problema è piuttosto che l’uso esclusivo di quel mezzo e del suo linguaggio sta determinando una forma mentis elementare generalizzata. La progressiva sostituzione dell’esame orale con i quiz basati sull’opposizione giusto/sbagliato e della lezione ex-catedra con i power-points e simili, mi sembra dimostrino in modo eloquente la perdita di interesse per le capacità di argomentazione e di comprensione dell’argomentazione, sia degli studenti che dei docenti.
Avrei molto ancora da dire. Voglio mettere sul tavolo solo un altro tema: mi sembrerebbe poco corretto tacerlo. Non condivido affatto un asse portante della politica dell’istruzione pubblica che buona parte della “sinistra” italiana ha sostenuto e realizzato negli ultimi decenni: il fatto che invece di puntare sul (difficile, lo so, ma non impossibile) raggiungimento del massimo possibile di uguaglianza delle opportunità e delle dotazioni alla partenza, ha puntato sull’uguaglianza dei risultati attraverso il progressivo abbassamento delle difficoltà di accesso e di passaggio da un livello a quello superiore. Il che, anche qui, non significa che io rimpianga i licei e le università d’élite, classiste e autoritarie, del tempo che fu. Significa che l’eguaglianza nell’ignoranza non mi sembra molto emancipatoria; significa altresì in termini sociopolitici generali, che questa scelta sta consegnando interamente a istanze private la formazione della classe dirigente nazionale. Senza nessuna garanzia su quello che faranno le istanze private.
Tutte queste mie critiche, perplessità, dubbi non hanno trovato occasione di dibattito in Facoltà, pur avendo qualche riscontro a livello nazionale; e io mi sono progressivamente estraniata dalle discussioni e dalle decisioni di indirizzo della Facoltà stessa.
Tuttavia ho voluto essere intellettualmente onesta, almeno verso gli studenti: poteva darsi benissimo che io non avessi capito niente, che la riforma fosse una buona cosa; mi sono messa a studiarla e ho poi scritto un manuale di antropologia culturale per gli studenti post-riforma. Manuale pubblicato da una multinazionale del libro, nota per la grinta con cui sta sul mercato e per le ferree direttive che impartisce agli autori; ma…..avendo la ventura di aver scritto libri non solo tradotti in altri paesi, ma anche adottati in alcune università straniere come libri di testo, mi accade di scoprire che gli studenti di quei paesi apprezzano i miei testi e li studiano volentieri, mentre gli studenti della mia stessa Facoltà li trovano difficili, complessi, incomprensibili; e questo ogni anno di più. Mi chiedo: cosa rende i nostri studenti così… diversamente abili?
La mia generazione ha perso, diceva Giorgio Gaber. Ma considerando che Silvio Berlusconi è mio coetaneo, non posso proprio dire che ha perso la mia generazione. Ho perso io e quelli come me. E sono disponibile, anzi sto già facendo una severa autocritica sul piano della strategia e delle tattiche. Ma i convincimenti di fondo non riesco a modificarli, per quanto ci provi. Non riesco a vedere le ragioni per cui dovrei modificarli. E continuo a pensare che sia mio dovere (e piacere) di docente insegnare agli studenti nozioni e competenze, ma contemporaneamente trasmettere loro gli strumenti della critica intellettuale dell’esistente: che non è mai (e meno che mai adesso) il migliore dei mondi possibili. A chi dire oggi queste cose? A chi dirle in questa Facoltà? A chi dirle nell’Università-azienda?
Ho pensato che questa lettera può avere almeno un ruolo: in tempi di unanimismi e di buonismi conformistici, una posizione di dissenso pubblicamente manifestata e argomentata è forse la sola lezione di qualche utilità che io possa svolgere.
A suo tempo ho scelto di venire a Napoli e di insegnare in questa Facoltà. Sono passati circa trent'anni, durante i quali ho molto lavorato nella didattica, nella ricerca, nella gestione istituzionale; e ho intessuto molti rapporti di molti tipi con molte persone. Voglio scusarmi con coloro che, in varie circostanze, hanno dovuto sopportare il mio “temperamento” certamente poco disponibile alle negoziazioni; voglio ringraziare coloro, molti studenti in primo luogo, il rapporto con i quali mi ha fatto amare il mio lavoro; voglio augurare a tutti, a me stessa per prima, un buon futuro. A ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità.

Amalia Signorelli

Professore ordinario f.r. di Antropologia culturale
Napoli, 13 settembre 2008

 An Open Letter to President of the ItalianRepublic
Giorgio Napolitano

 

Mr President, A recent decree passed by the Council of Ministers foresees the possible abolition of the Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (IsIAO). The international scientific community is extremely worried about this risk, announcing the possible interruption of the extraordinary tradition of Oriental and African studies represented by IsIAO, the successor to the Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente (IsMEO) and the Istituto Italo-Africano (IIA).How can Italian culture afford to relinquish such a prestigious legacy, continued and revived by the current mission of IsIAO in all the fields in which it has been active for over 100 years – ranging from archaeology to the restoration and conservation of cultural heritage (Afghanistan, China, Egypt, Eritrea, Ethiopia, Jordan, Indonesia, Iraq, Iran, Kazakhstan, Mali, Nepal, Oman, Pakistan, Sudan, Tadjikistan, Thailand, Tunisia, Turkey, Turkmenistan, Uzbekistan, Vietnam, Yemen), and from a broad spectrum of scientific research on the history, languages and civilizations of Asia and Africa, to a rich and flourishing publishing activity (East and West, Africa, «Serie Orientale Roma», «Reports and Memoirs», «Restorations» etc)? We now turn to you, Mr President, to whom the Italian Constitution assigns the role of guarantor of the independence of the institutions of high culture, to ask your intervention in favor of IsIAO, so that it may continue to fulfill its role of ambassador of Italian culture and know-how in the different areas of Asia and Africa

Testo dell'appello al Presidente della Repubblica in difesa dell'IsiAO, minacciato di chiusura. L'appello è stato firmato da oltre settemila persone. La vicenda dell'IsiAO è ancora in sospeso


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