Ogni cancellazione afferma ciò che rimane

«Ogni cancellazione afferma ciò che rimane»: parole quanto mai vere per Messina, quelle del prof. Giovanni Puglisi. Una città con un’identità ed un immaginario costruiti su quella grande “cancellazione” rappresentata dal sisma del 1908. Di questo si è parlato durante il quarto appuntamento con le Conferenze d’Ateneo: un incontro dal titolo “Messina ed il suo immaginario”, tenuto martedì 30 settembre presso l’Aula Magna dell’Università di Messina. Ospiti chiamati a discutere i risultati delle ricerche sono stati Emilio Isgrò, artista e scrittore messinese che delle “cancellature” ha fatto il fulcro della propria opera, e il prof. Giovanni Puglisi, Magnifico Rettore dell’Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano nonché Presidente della Fondazione Banco di Sicilia.

Poiché «bisogna leggere l’identità di Messina attraverso le sue rappresentazioni», Dario Tomasello, docente di Letteratura italiana contemporanea e Discipline dello spettacolo presso la Facoltà di Lettere e Filosofia, e Katia Trifirò, attualmente occupata nella redazione di una tesi di dottorato su Beniamino Joppolo, hanno ripercorso lo sviluppo letterario e drammaturgico che ha investito la città di Messina dopo il terremoto: la poetica delle avanguardie futuriste, che della cancellazione del passato e del mito della ricostruzione hanno fatto il loro manifesto, il gioco tra la vita e la morte della lirica di Jolanda Insana, in cui Messina è «sfinge allusiva di un clima mortifero», lo stile della cancellatura di Emilio Isgrò, la cui afasia mostra la necessità di recupero della parola; la “Scuola Messinese” di drammaturgia, che da Beniamino Joppolo (precursore in Italia della poetica dell’assurdo) agli odierni Spiro Scimone e Tino Caspanello, «è sospesa tra l’appartenenza e il tentativo di smarginamento dal contesto meridionale».

Tuttavia il sisma del 1908 non ha cancellato completamente il passato, che sopravvive nelle “isole infelici”: «reperti di architettura storica salvati dalla ricostruzione» che, secondo Nicola Aricò, docente di Storia dell’Architettura e Storia della città presso la Facoltà di Ingegneria, sono «frammenti di una città che non esiste più». La Chiesa dei Catalani, il Monte di Pietà, la Chiesa di San Tommaso sono parte della «Messina invisibile» di cui bisogna imparare a leggere i segni, soprattutto in un momento significativo come l’anniversario del centenario dal terremoto.

Il passato, più precisamente un passato idealizzato, un “ordine paradisiaco” cancellato brutalmente dal sisma, sopravvive anche nella percezione che i messinesi (giovanissimi!) hanno della propria città. Così è risultato dallo studio etnografico condotto da Patrizia Panarello, docente di Pedagogia Interculturale e Pedagogia dell’arte e dello spettacolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione, su 400 studenti universitari e delle scuole superiori. Il terremoto è uno dei topoi emersi dalla sua ricerca: è considerato come la causa principale dell’“inferno urbano” che caratterizza l’odierna Messina (amata, tuttavia, per il paesaggio naturale dello Stretto, altro topos), così come della lentezza, del torpore, del continuo piangersi addosso, che sono condizioni esistenziali del messinese «buddace».

Eppure, nota Emilio Isgrò, questo torpore che i messinesi addossano su se stessi e sul Meridione, contrasta con i “terremoti” culturali di cui sono stati -e sono capaci- i siciliani: basti citare Verga, Sciascia, Pirandello, Quasimodo. Tale concezione è frutto di stereotipi negativi proiettati sui singoli, che, accettandoli, li riproiettano sull’immaginario comune, rafforzando ulteriormente determinati pregiudizi. Tanto che Ernesto Galli della Loggia scrive sul Corriere della Sera che il Sud non è più capace di produrre grandi movimenti culturali: sentenza facilmente confutabile prendendo come esempio la sopraccitata “Scuola Messinese” di drammaturgia.

La stessa Università di Messina, pregiudizialmente rappresentata come luogo di conservazione, è invece aperta alla «capacità e alla solidarietà nella trasmissione della cultura», secondo quanto affermato dal prof. Puglisi; il quale ha esortato i giovani professori del Ateneo peloritano a continuare il corso aperto dalle Conferenze d’Ateneo.

Gli ospiti hanno concluso l’incontro augurandosi che il ricco immaginario della città di Messina, forse un po’ troppo autocompiaciuto nella sua staticità, possa divenire dinamico: «che l’anniversario del terremoto del 1908 sia un segno di vitalità». Perché dalla distruzione si affermi non solo quanto è rimasto, ma anche il “nuovo” che ha visto la luce.

 

 
Video
La IV conferenza d'Ateneo
Video Intervista al presidente Puglisi

Servizio di Valentina Costa alistarwasky87@hotmail.it

Intervista di Roberto Bonsignore robonsi@libero.it